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Il Naturalismo nasce in Francia nella prima metà dell’Ottocento. Dapprima, con la commedia dei caratteri e delle aspettative umane di Honoré de Balzac, è un tipo di narrazione fondata sul realismo, sulla quotidianità che si viveva nelle case borghesi.

Nel secondo Ottocento, quello in cui credevano i borghesi (denaro, posizioni sociali, volontà di cambiare in meglio la propria situazione economica, stima sociale) diviene detestabile. Si cerca allora di scrivere romanzi e racconti in modo scientifico, del tutto impersonale, come se lo scrittore fosse una macchina fotografica e si limitasse a trascrivere sulla carta suoni, colori, pensieri e azioni che i personaggi compiono; l’autore deve dare l’idea di non sapere nulla di quello che capita nei suoi romanzi.

Il Naturalismo francese cerca di rendere l’arte una scienza della realtà, imitando una posizione filosofica, quella di Auguste Compte, definita “Positivismo”, che ritiene che il mondo, grazie alla scienza, batterà la barbarie e l’ignoranza e riuscirà a controllare la Natura, riservando un futuro migliore a tutti.

Il romanzo e il racconto diventeranno allora due forme di scrittura matematica, oggettiva, senza alcun tipo di riferimento all’io dell’autore. Sarà il trionfo dello studio della società (sociologia), della medicina: i naturalisti credono nel progresso e nella neutralità dell’artista rispetto a quanto succede al di fuori di lui.

Uno dei temi prediletti dai naturalisti francesi è lo studio delle periferie, dei proletari e di tutti coloro che sono esclusi da qualsiasi ascensore sociale che permetta loro di migliorare la situazione di partenza. Maupassant (I racconti), Zola (Germinale, Thérèse Raquin, I sotterranei di Parigi), i fratelli Goncourt parlano di persone “ultime”, destinate a rimanere per sempre tali o a causa della povertà morale in cui vivono o a causa dei vizi da cui non riescono a liberarsi (ad esempio, l’alcoolismo). La tesi di fondo è che l’ambiente forma i caratteri delle persone; la forza di volontà non esiste, è soffocata; le brutture in cui una persona si trova a vivere la condurranno sino alla morte.

Quest’analisi minuziosa di ogni particolare di un carattere o di un pezzo di società, porterà gli scrittori naturalisti al Decadentismo di fine Ottocento, altro stile che si concentrerà sul macabro, sul decadente, su ciò che ha un destino segnato dal male (vedi Baudelaire). Ma condurrà alcuni di loro anche a prese di posizione molto forti contro il potere costituito (ad esempio, il famoso J’accuse scritto da Emile Zola nel 1898 a difesa del capitano dell’esercito francese Alfred Dreyfus, condannato per spionaggio solo perché ebreo).

Giunto in Italia grazie a critici come Luigi Capuana negli anni ’70 dell’Ottocento, il naturalismo influenzerà molti autori nostrani come Verga, De Roberto, lo stesso Capuana, che studieranno gli ultimi che abitano nel Mezzogiorno italiano. Rispetto ai francesi, in Italia mancano le ambientazioni nelle periferie industriali (ci sono pochissime fabbriche qui da noi, nelle zone più povere del sud) mentre in Francia quasi assente è lo sguardo pessimista con cui gli autori italiani guardano ai fenomeni in cui si trovano a vivere i braccianti, i pescatori, i piccolo borghesi e i contadini del sud.

In Francia, per capirci, scrivere di povertà vuole dire diagnosticarla, far sì che i politici se ne accorgano e intervengano a correggerla. La letteratura serve, come la scienza, a far crescere la società.

In Italia, invece, la letteratura è disarmata, non può fare nulla: senza mezzi economici, si può solo guardare al destino crudele degli ultimi; più essi cercano di cambiarlo, più cadono nel fango dell’esistenza (si veda il giovane N’Toni de I Malavoglia di Verga, 1881).

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