Giacomo Leopardi, dopo una vita molto tribolata, aveva trovato a Napoli un clima, meteorologico e umano, molto più confacente ai suoi bisogni. Lì, grazie all’amicizia con Antonio Ranieri, sembra addirittura voler temperare un po’ la sua visione pessimistica (chiamata dai critici “pessimismo cosmico”: ogni cosa della Natura è contro di noi, l’uomo le è del tutto indifferente, può farlo estinguere senza neppure accorgersi di averlo fatto).

Egli sa però, essendo un saggio, che non esiste alcuna Verità e che non bisogna cedere all’illusione: tutto è nulla, la vita è dolore – se non noia. Eppure, nell’ultima opera, “La ginestra“, scritta nel 1836 a Torre del Greco, lascia trasparire una luce di speranza. Solo la solidarietà tra uomini può combattere, almeno per un po’, il tragico destino dell’uomo, condannato a morire senza lasciare nulla dietro di sé, senza sapere perché ha vissuto (vedere “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”).

La canzone “La ginestra” è strutturata in sette strofe; i versi che Leopardi adotta sono liberi (settenari ed endecasillabi). Tutto ciò permette al lettore di sperimentare un ritmo poetico molto mobile (noi illustreremo le prime due strofe dell’opera).

L’ambientazione geografica è quella delle aree prossime al monte Vesuvio, sulla cui schiena arida, dove nulla cresce, spunta la ginestra, fiore che riesce a cibarsi dello scarsissimo nutrimento presente in terreni quasi desertici (come è quello, lavico, del Vesuvio). Essa è  presente anche attorno a Roma, antica signora del mondo, nelle zone più desolate. La ginestra ama infatti le aree “infeconde”, le zone da cui non cresce nulla, abbandonate a se stesse. Le aree in cui cresce, tanto tempo prima, furono ricche, furono abitate da persone ricche e potenti (come le città di Ercolano e Pompei). Ora tutto è rovina; solo il profumo della ginestra, che si eleva al cielo, sembra risarcire tutta quella desolazione.

Questo è il posto giusto in cui può recarsi chi è abituato a pensare che il proprio secolo sia il migliore dei mondi possibili. Questo è il posto giusto in cui vedere quanto la Natura si curi dell’uomo (nulla). Questo – infine – è il posto giusto per capire quanto poco occorra alla Natura per distruggere ogni forma di vita umana. Qui si può vedere quanto siano “magnifiche […] e progressive” le sorti dell’uomo (è una citazione da una poesia di Terenzio Mamiani, futuro ministro della pubblica istruzione dell’Italia unita e cugino cattolico di Leopardi): si tratta di un’antifrasi (di una citazione ironica) che mette in dubbio ogni fede, ogni speranza di miglioramento della vita umana.

Vieni qui e specchiati, Ottocento stupido e superbo: pensi di procedere verso il meglio e invece torni indietro. Io non lascerò questo mondo senza aver segnalato la tua pochezza. Sogni la libertà e vuoi di nuovo servo il libero pensiero: vuoi, per capirci, far tornare tutto al Medioevo. Ti ha dato fastidio la crudele sorte e il pessimo luogo in cui ci confinò la Natura. Per questo volti le spalle alla ragione.

Leopardi ritiene stolto chi, tra gli uomini, non riconosca che è nato per stare male e morire. Ve ne sono molti, anzi, che dicono di essere venuto al mondo per “gioire”: una posizione senza alcun senso.

L’unica persona intelligente, saggia, è quella che alza gli occhi davanti al destino e confessa, a sé e agli altri, che siamo venuti al mondo per soffrire e evita di aggiungere alle proprie pene quelle che derivano dagli odi assurdi che nascono tra le persone, dando la colpa delle sue angosce solo alla Natura, non al proprio prossimo.

[la poesia prosegue, ma il concetto è abbastanza chiaro: l’uomo saggio deve odiare la natura, istituire una fratellanza con gli altri e comportarsi come fa la ginestra. Spargere il proprio profumo tutt’intorno, sapendo che, stasera o domani, la lava del vulcano potrà stroncare la sua vita senza un perché, solo perché la Natura vuole così].

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