Nel romanzo Povera gente, strutturato in modo epistolare (ovvero secondo una formula che prevede che i due protagonisti, Varen’ka e Makar, parlino tra loro scambiandosi lettere), l’autore, Dostoevskij, colloca un’ampia autobiografia della giovane ragazza Varen’ka. Da qui siamo partiti per scrivere di noi.

Ecco il modello originale di Dostoevskij, quello che abbiamo seguito nella scrittura.

[dall’edizione di Povera gente leggibile al sito http://www.liberliber.it/mediateca/libri/d/dostoevskij/povera_gente/pdf/dostoevskij_povera_gente.pdf, pp. 30-36]

Avevo appena quattordici anni, quando morì mio padre. L’infanzia fu il periodo più felice della mia vita. Non incominciò qui, ma lontano, in provincia, tra i boschi. Il babbo era amministratore dei vasti poderi del principe P.a nella provincia di T. Noi stavamo in uno dei villaggi del principe, e si viveva tranquilli e felici… Io ero una bimba tutta fuoco; non facevo che correre per i campi, nei boschi, nel giardino, e di me nessuno si dava pensiero. Il babbo era sempre preso dagli affari, la mamma attendeva alle faccende di casa. Non mi insegnavano nulla di nulla, e io ne ero contentissima. A volte, appena giorno, scappavo allo stagno, o nel boschetto, o dai mietitori e non mi curavo che il sole scottasse, che capitassi chissà dove lontano dal villaggio, che mi graffiassi ai pruni e mi lacerassi i vestiti. A casa mi aspettava una ramanzina, ma io non ci pensavo nemmeno. E mi pare che così sarei stata felice, se mi fosse toccato di passare magari tutta la vita in quei posti. Invece, ancora bambina, fui costretta a lasciarli. Avevo dodici anni, quando venimmo a Pietroburgo. Ah, come mi tornano in mente i tristi preparativi della partenza! Come piansi nel separarmi da quanto avevo di più caro! Mi gettai al collo del babbo e lo supplicai con le lacrime agli occhi che ci fermassimo ancora un po’ nel villaggio. Il babbo mi sgridò; la mamma si mise a piangere; diceva che non se ne poteva fare a meno, che gli affari lo esigevano. Il vecchio principe P. era morto, gli eredi avevano preso un altro amministratore. Il babbo aveva un certo capitaluccio messo a frutto nelle mani di varie persone a Pietroburgo. Perduto il posto, sperava di provvedere alla meglio e voleva seguire da vicino i suoi interessi. Tutto ciò lo seppi dalla mamma. Venimmo a star qui, alla Peterbùrgskaja Storonà, e abitammo la stessa casa fino alla morte del babbo. Come mi fu penoso abituarmi alla nuova vita! Partimmo in autunno. Era una giornata luminosa, tiepida: i lavori campestri erano terminati; sul granaio, colmo di enormi covoni, svolazzavano stormi garruli di uccelli; tutto era luce e allegria. Qui invece, al primo entrare in città, pioggia, brina, nevischio, mota, e una folla di visi sconosciuti, arcigni, foschi, arrabbiati. Alla meglio ci si aggiustò. Un tramestio, un arrabbattarsi per mettere ogni cosa a posto nella nuova casa. Il babbo era sempre fuori, la mamma non aveva un minuto di requie, io ero dimenticata in tutto e per tutto. Che brutto risveglio dopo la prima notte! Le nostre finestre davano sopra una palizzata giallastra. La via era sempre fangosa. Rari i passanti e tutti imbacuccati, freddolosi. Le giornate erano così noiose che parevano eterne. Di parenti e conoscenze quasi nessuno. Con Anna Fëdorovna il babbo non si vedeva di buon occhio (aveva con lei non so che debito). Abbastanza spesso capitavano persone per affari: discussioni, strepiti, grida. Dopo ognuna di queste visite, il babbo era nervoso, di cattivo umore; per ore e ore passeggiava da un angolo all’altro della camera, accigliato, muto. La mamma non osava aprire bocca. Io mi rincantucciavo con un libro davanti, e me ne stavo mogia mogia, paurosa perfino di muovere un dito. Tre mesi dopo il nostro arrivo a Pietroburgo fui messa in collegio. Quanto soffrii in principio a trovarmi così tra gente estranea! Tutto freddo, arido, scostante; le sorveglianti strillone, le ragazze beffarde, e io più scontrosa e selvaggia che mai. Quante esigenze poi, e che disciplina! Ore fisse, tavola comune, maestri noiosi, un martirio vero e proprio. Non mi riusciva di chiudere occhio: piangevo tutta la notte, e la notte fredda, opprimente, non finiva mai. La sera, tutte le mie compagne imparavano o ripetevano le lezioni; io me ne stavo a sedere zitta e immobile davanti al libro di lettura o a una lista di vocaboli, pensando sempre alla casa, al babbo, alla mamma, alla vecchia balia, alle sue fiabe! Ah, che pena! Anche del più piccolo, del più insignificante gingillo mi ricordavo con un piacere pieno di amarezza. Come starei bene ora a casa, pensavo; nella nostra cameretta, davanti al samovàr, con tutti i miei: tranquilli, raccolti, niente di estraneo, le solite facce, le solite cose note e care. Come abbraccerei forte forte la mamma! E pensavo, pensavo e piangevo in segreto, ingoiando le lacrime, e non mi entrava in testa nulla. Impossibile sapere la lezione per il giorno appresso. Tutta la notte non sognavo che il maestro, la direttrice, le compagne; non facevo che ripetere il compito, e la mattina non sapevo niente. Mi mettevano in ginocchio, mi davano una sola pietanza. Ero oppressa dalla malinconia. Sulle prime, tutte le ragazze mi pigliavano in giro, mi stuzzicavano, mi facevano perdere il filo quando dicevo la lezione, mi davano pizzicotti quando si andava in fila a colazione o a pranzo, mi accusavano senza un perché di fronte alla direttrice. Ma che paradiso poi il sabato sera! Veniva a prendermi la balia… E come l’abbracciavo pazza di gioia, la mia vecchietta! Mi vestiva, mi copriva ben bene, a fatica mi teneva dietro per via, e io chiacchieravo, raccontavo, la stordivo. Arrivavo a casa vispa e allegra, abbracciavo tutti, come se tornassi da un’assenza di dieci anni. Poi domande, discorsi, aneddoti, risa, corse, salti a non finire. Col babbo parlavo di cose serie, dei libri, dei professori, della lingua francese, della grammatica di Lhomondb , e tutti eravamo felici e contenti. Anche adesso, il semplice ricordo di quei momenti mi è di vero sollievo. Mi sforzavo in tutti i modi di imparare e di non dare dispiaceri al babbo. Vedevo che per me spendeva le ultime risorse, e Dio sa come riuscisse a cavarsela. Di giorno in giorno si faceva più cupo, più nervoso, più insofferente. Gli affari andavano male; era indebitato fino alla cima dei capelli. La mamma aveva perfino paura di piangere, di dire una parola, per non irritarlo. Dimagriva, dimagriva, cominciò anche a tossire. Arrivando dal collegio trovavo sempre le stesse facce scure: la mamma in lacrime, il babbo arrabbiato. Rimproveri, lamenti, rabbuffi. Il babbo diceva che non gli procuravo nessuna soddisfazione, nessuna gioia; che per me si privava di tutto, e che io non riuscivo ancora a parlare francese; in una parola, tutte le disgrazie, tutti i guai erano rovesciati su me e sulla mamma. Ma com’era possibile tormentare la povera mamma? Bastava guardarla per sentirsi spezzare il cuore: le guance infossate, appannati gli occhi, un colorito da tisica. Io ne prendevo più di tutti. Si incominciava da un nonnulla, e si arrivava Dio sa dove: spesso non capivo nemmeno di che si trattasse. Che cosa non si tirava fuori!… E la lingua francese, e che ero una sciocca, e la direttrice una donna senza cervello che non si dava pensiero della nostra educazione, e il babbo che non riusciva a trovare un posto, che la grammatica di Lomond era una porcheria e quella di Zapol’skij era cento volte migliore; che per me si buttava via un sacco di denaro; che io, evidentemente, ero insensibile, avevo un cuore di pietra; in una parola, io poveretta che giorno e notte mi affaticavo a ripetere dialoghi e vocaboli, io sola ero causa di tutti i malanni, la sola responsabile! E non che il babbo non mi volesse bene; aveva anzi per la mamma e per me un vero, un profondo affetto. Ma che farci? Era carattere. Le cure, le amarezze, le imprese fallite, avevano fiaccato, esaurito il povero babbo; diventò diffidente, bilioso, a momenti pareva disperato; incominciò a non curare la salute, prese freddo, e d’un tratto si ammalò. Non soffrì a lungo e finì così, improvvisamente, che tutti noi per vari giorni rimanemmo storditi dal colpo. La mamma pareva impietrita: temevo per la sua ragione. Appena morto il babbo, i creditori sbucarono come di sotterra e ci furono addosso. Dovemmo dare tutto quello che avevamo. Anche la nostra casetta, che il babbo aveva comprato sei mesi dopo esserci stabiliti a Pietroburgo, fu venduta. Non so come si aggiustasse il resto, ma certo è che rimanemmo senza tetto, senza uno spicciolo, senza un punto d’appoggio che ci desse speranze. La mamma deperiva di giorno in giorno, non avevamo di che nutrirci, nessun’altra prospettiva che la rovina. Io avevo appunto compiuto i quattordici anni. Fu allora che venne a trovarci Anna Fëdorovna. Costei dice ancora di essere una proprietaria e nostra parente. Anche la mamma diceva che era una parente, ma molto alla lontana. Vivente il babbo, non si era mai presentata a casa nostra. La vedemmo arrivare con le lacrime agli occhi; ci assicurò che si interessava a noi moltissimo; si doleva della nostra perdita, del nostro stato di indigenza, e soggiunse che tutta la colpa era del babbo, che aveva condotto una vita superiore ai suoi mezzi, che si era lasciato trasportare da mire ambiziose, contando troppo sulle proprie forze. Mostrò il desiderio di conoscerci più da vicino, propose di dimenticare i reciproci dissapori; e quando la mamma le giurò di non aver mai nutrito per lei alcuna avversione, si mise a piangere, condusse la mamma in chiesa e fece dire una messa di requie per la buon’anima (così si espresse). Finita la messa, solennemente si riconciliò con la mamma. Dopo molti preamboli e avvertimenti, Anna Fëdorovna, dipingendo a vivi colori la nostra posizione infelice, l’abbandono, lo squallore, ci invitò – furono queste le sue precise parole – a ricoverarci presso di lei. La mamma ringraziò, ma stette molto a decidersi. Visto però che non c’era altra uscita, dichiarò finalmente ad Anna Fëdorovna che accettavamo con gratitudine la sua offerta. Mi ricordo come se fosse ora la mattina che passammo dalla Peterbùrgskaja Storonà al Vasìl’evskij Òstrov; una mattina di autunno chiara, secca, fredda. La mamma piangeva; io ero terribilmente accorata, il petto mi si spezzava, mi sentivo oppressa da un’inesplicabile angoscia. Brutto, brutto tempo fu quello.

[la narrazione autobiografica dopo aver letto Dostoevskij: i lavori della II E e della II L]

Un esperimento di narrazione autobiografica: parte 3, la II L

Un esperimento di narrazione autobiografica: parte 2. La II E