Popolo dei curiosi, popolo dei lettori,

dopo i primi due azzeccatissimi esperimenti narrativi, si unisce oggi a noi un’altra scrittrice in erba: Hasia Gentilini. Questa volta, il tema abbandona la narrazione fantastica e scende sul terreno del realismo.

Il racconto si incentra sulla diversità e sul quello che essa può voler dire per chi la vive. Siete d’accordo con Hasia? Volete commentarla? Accomodatevi pure e buona lettura.

 

Di preciso, non so cosa raccontarvi, non è una delle solite storielle d’amore la mia…io non sono capace di provare quell’emozione. Già, sono filofobica e soffro di filofobia. La mia non è incapacità di innamorarmi, è una vera e propria paura. Ma iniziamo dal principio.

Mi chiamo Elena Bitto, ho diciassette anni e ahimè sono sulla sedia a rotella da ben otto, per colpa di mio padre, ovviamente. Quando ero nella tenera età di nove anni, la sua splendida idea fu di “provare l’ebrezza di un giovincello”: essendo ubriaco, attraversò i binari del treno mentre le sbarre erano chiuse e il mezzo era ormai arrivato. E’ stato tutto diverso da quel giorno, sono sopravvissuta solo io e mi sono ritrovata a dover vivere con una paralisi ad entrambe le gambe a causa di una fuoriuscita del midollo spinale.

Frequento una scuola adatta alla mia disabilità, in cui mi fanno fare esercizi costanti, che mi tengono allenate le gambe per non perdere del tutto la sensibilità; da domani mia madre mi manderà dalla signora Nitti, che a suo dire è una brava ascoltatrice e potrà aiutarmi a superare la mia fobia, non so ancora come, ma spero che ce la faccia.

“Ehi, Elena svegliati, devi andare dalla psicologa, dai”. Il tono dolce di mia madre alla mattina quasi mi spaventa e a volte non riesco a credere che, con tutti i problemi che ha, partendo da me, riesca a mantenere sempre il sorriso sulle labbra.
“Ti ho preparato la colazione e il montascale, scendi appena hai finito di lavarti e vestirti, okay?”
“Sì mamma, tranquilla dammi 15 minuti e sono al piano di sotto, ricordati di lasciarmi la sedia a rotelle di fronte alle scale”. Lei è scesa al piano di sopra e io ho fatto le mie cose con tutta la calma di questo mondo: anche se alcune volte cado, provo sempre a tenermi un po’ in piedi con l’aiuto del lavandino del bagno, ma sono un fallimento totale.

Scendo anche io, mi adagio sulla carrozzina e vado al tavolo per consumare la mia colazione.
“Ti porto io dalla signora Nitti e ti vengo poi a prendere, appena mi avverti che avete finito”.
“Okay mamma”, le dico con la bocca piena; lei si mette a ridere per le strane facce che facevo in quel momento.
Scendo dalla macchina e mia madre mi prende in braccio per poi mettermi a sedere sulla sedia. Tutte e due ci mettiamo in cammino verso la casa della psicologa.

“Mamma, ma è vecchia?”
“No, ha la mia stessa età, non è tanto anziana”.
“Ma dici che posso parlarle anche dei miei problemi con le materie scolastiche? La prossima settimana ho il test di chimica, di fisica, e l’interrogazione di latino, non so proprio come farò”. Le esce una risata abbastanza disperata, e mentre ride, suona il campanello.

Un ragazzo senza un braccio apre la porta. Aveva i capelli biondi, la pelle candida e gli occhi castani. Indossava un paio di Jeans strappati alle ginocchia, una maglietta attillata che lasciava intravedere il suo fisico scolpito: era un bellissimo ragazzo, a parer mio.
Ed è qui che la mia vita cambia, grazie a lui, grazie a lei.

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